MOGLIE FAKIR

“Ho realizzato e accettato la sua morte solo quando sono arrivata in Italia. Non smetterò mai di cercare la verità. Nessuno delle istituzioni italiane mi ha accolta quando sono arrivata nel vostro Paese, nessuno mi ha chiesto scusa per quanto è successo. Non importa. L’unica cosa che contava per me era vedere ancora una volta Abderrahim e ieri sono stata all’obitorio di Bologna. Ogni volta che emergono nuovi dettagli, mi chiedo cosa abbia dovuto sopportare nei suoi ultimi istanti. È straziante, non riesco a riguardare quei video”. Queste le parole rilasciate dalla moglie di Abderrahim Fakir, l’uomo morto il 19 luglio al Pilastro a Bologna nel corso di un fermo di polizia, in un’intervista al Corriere della Sera.

“Cosa non riesco a togliermi dalla testa? Le sue urla – ha detto poi la donna -. Ha chiesto aiuto e io non ero lì. Non ho potuto stringergli la mano, non ho potuto aiutarlo. Per questo ho bisogno di sapere. Non cerco vendetta, ma chiarezza e giustizia. Nessun’altra famiglia dovrebbe passare ciò che stiamo subendo noi. Fakir non era una persona che aveva perso il controllo della propria vita. Ho i suoi messaggi che lo dimostrano, fino all’ultimo. Aveva problemi, come tanti, ma anche speranze. Il suo male più grande era la depressione, ma non avrebbe fatto male a nessuno. Era buono, con un forte senso di responsabilità. Sento spesso parlare delle sue condizioni, ma nessuno dice che è morto tra le mani di chi avrebbe dovuto proteggerlo. Voleva tornare in Marocco, stare con la sua famiglia, continuare la sua vita. Voleva vivere e morire con dignità”.

“Voglio sapere il perché del sangue sotto la sua testa e perché nessuno è riuscito a salvarlo – ha infine aggiunto la donna -. Non era armato né pericoloso e non soffriva d’asma o altre malattie. Nessuno dovrebbe morire in quel modo. Se qualcuno ha visto qualcosa, parli. Ogni dettaglio è importante”.

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